venerdì 27 giugno 2014

Educazione


Desideravo riflettere sul concetto di “educazione”, una grande, difficile e affascinante tematica che deve continuare ad interrogare le generazioni, in particolare gli adulti che sono chiamati per vocazione ad occuparsi dei piccoli.

La scuola non va intesa solamente come luogo in cui si apprendono esclusivamente nozioni culturali, ma è il luogo in cui l'uomo e la donna crescono umanamente, psicologicamente e culturalmente, qualunque sia il grado di istruzione. I primi anni di vita del nuovo “uomo” (intendo ovviamente anche donna) è la scuola per l'infanzia. L'insegnante, in questa fascia d'età, ha l'opportunità di condurre il bambino per i sentieri giusti della sua crescita umana e didattica. Al giorno d'oggi c'è il rischio di trasformare le scuole solamente in luoghi in cui si apprendono nozioni, insegnare già a bambini di 5 anni a scrivere, ma la sfida più grande di oggi è proprio quella di inculcare il senso della convivenza civile. In un mondo in cui l'individualismo fa da padrone, l'insegnante può osservare come siano diventati difficilissimi i rapporti interpersonali tra i bambini sennonché il seguire le più elementari e basilari norme di comportamento comunitario. Il superamento di un conflitto in modo positivo sembra in taluni casi una chimera, irraggiungibile. Quello però di cui ha bisogno il bambino è la fiducia da parte dell'adulto nelle sue potenzialità umane e didattiche, in modo da poter far uscire, “condurre fuori” come dice la parola stessa “educazione”, la sua parte buona.

Rousseau affermava alcuni concetti che ci spingono a riflettere profondamente e a domandarci sui nostri metodi educativi che vanno mutati in continuazione a seconda della persona che abbiamo davanti, alle sue potenzialità, ai suoi desideri e agli obiettivi che pure lei si pone come traguardo.

Rousseau pensa fondamentalmente che la società sia corrotta e, perciò, non in grado di educare un bambino che, come ogni uomo, è fondamentalmente buono. Credo invece che ogni uomo possieda una parte negativa generata da alcune ferite che si possono però arginare pure nell'età adulta, e una parte positiva che va valorizzata e aiutata a nascere nella persona che cresce. Suscitare delle domande nel bambino, non solamente a livello didattico ma soprattutto educativo, sarebbe il modo più giusto per condurlo per le strade del bene. Egli deve comprendere il valore di ogni gesto, sia giusto che sbagliato. Questo lo aiuterebbe ad apprendere il modo corretto con cui affrontare una situazione di conflitto che altrimenti lo sovrasterebbe e lo spingerebbe a reagire malamente violentemente o chiudendosi in se stesso. Essere cosciente delle proprie ferite è molto difficile e sebbene alcuni considerino i bambini già dei piccoli adulti, lo è soprattutto per loro che non riescono a comprendere alcune mozioni interiori, a descriverle per sapere poi gestirle in modo positivo. Ovviamente è un lavoro personale da svolgere lungo tutto l'arco della vita, non si esaurisce nell'età adolescenziale, ma si evolve ulteriormente nell'età adulta. L'uomo è in continua evoluzione, e questa è una grande speranza perché una situazione, seppur disperata, non è mai statica. Non si può, insomma, stare fermi: o si va avanti o si torna indietro.

Aveva ragione in questo caso Rousseau: bisogna rispettare l'infanzia nella sua gradualità. Verissimo: non si può pretendere da un bambino un comportamento da adulto. La sua psicologia, intesa come schemi mentali da applicare in date situazioni e la flessibilità che ne dovrebbe derivare, deve uscire da un egocentrismo esasperato che non aiuta il bambino a vedere i bisogni degli altri per poterli poi integrare con i suoi. Ogni età è una tappa importante. L'insegnante deve saper osservare il bambino, il suo comportamento, per poi poter applicare uno schema educativo flessibile. Rousseau, inoltre, affermava che l'educazione deve formare l'uomo e non solo sviluppare delle abilità. Molto vero. Ma la cosa che volevo aggiungere è questa. Non ricordo più chi fosse quel pedagogo che aveva affermato che per insegnare qualcosa a un bambino o adolescente, bisogna fargli prima sentire di essere amato. È un po' lo stesso discorso di Gesù fatto 2014 anni fa: la pecora ascolta la voce del suo pastore e lo segue, ma fugge da chi le fa del male. Se il giovane sa di essere amato, accetterà le critiche costruttive da parte dell'adulto. Parimenti, l'adulto che è chiamato a educare, dovrà essere lui stesso modello del gregge. Non si può pretendere dagli altri quello non facciamo nemmeno noi. In questo modo, predicando con le parole una cosa e vivendone altre, rischiamo di generare una grande ribellione in chi arrogantemente cerchiamo di correggere, scordando che egli è una risorsa per noi... anche se ha solamente tre anni. L'educatore deve essere umile, saper ascoltare i piccoli e ammettere che anche da loro si può e si deve imparare. Chi pensa di essere già arrivato, non sa di essere ancora al punto di partenza.

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